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Giustizia

ATTRIBUZIONE COGNOME AI FIGLI – CORTE COSTITUZIONALE – IN ATTESA DELLA REGOLAMENTAZIONE DA PARTE DEL LEGISLATORE.

La CORTE COSTITUZIONALE ha esaminato oggi le questioni di legittimità costituzionale sulle norme che regolano, nell’ordinamento italiano, l’attribuzione del cognome ai figli. In particolare, la Corte si è pronunciata sulla norma che non consente ai genitori, di comune accordo, di attribuire al figlio il solo cognome della madre e su quella che, in mancanza di accordo, impone il solo cognome del padre, anziché quello di entrambi i genitori. La Corte ha, dunque, dichiarato l’illegittimità costituzionale di tutte le norme che prevedono l’automatica attribuzione del cognome del padre, con riferimento ai figli nati nel matrimonio, fuori dal matrimonio e ai figli adottivi. Sarà dunque compito del legislatore regolare tutti gli aspetti connessi alla presente decisione. Alla luce di tale regola il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due. In mancanza di accordo sull’ordine di attribuzione del cognome di entrambi i genitori, resta salvo l’intervento del giudice in conformità con quanto dispone l’ordinamento giuridico.

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PREGIUDIZIO di COLPEVOLEZZA e GARANTISMO: anche l’Italia dal 14 dicembre recepisce il diritto a non essere “additato” come colpevole prima del giudizio.

La legge sulla presunzione d’innocenza pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 29 novembre scorso, sarà operativa dal 14 dicembre.  In realtà, l’Italia recepisce una Direttiva UE (n. 343 del 2016) secondo la quale le autorità competenti devono astenersi dal presentare le persone sospettate o accusate come se fossero colpevoli, sia in tribunale che di fronte all’opinione pubblica. Di fatto, la predetta legge darà attuazione concreta a un principio già presente nella nostra Costituzione e alla base del nostro Stato di diritto . Assisteremo, dunque, con molta probabilità, ad una rivoluzione culturale nella rappresentazione delle persone sottoposte ad indagini e a processi con il fine preciso di incidere sul diritto di ogni cittadino a non essere “presentato” all’opinione pubblica come colpevole anzitempo.

Posto e precisato, infatti, che l’ INDAGATO è la persona sottoposta alle indagini preliminari e l’IMPUTATO è la persona sottoposta a giudizio, entrambe le figure, non possono essere assimilate al colpevole sino al momento della condanna definitiva.

E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, che è sufficiente, ormai, il famoso avviso di garanzia (atto del Pubblico Ministero con il quale si informa l’indagato del procedimento avviato informandolo della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico e invitandolo, contestualmente e per quanto di legga, alla nomina del difensore) affinchè si generi nell’intero “sistema d’opinione” la certezza della colpevolezza salvo poi ad innescare, in conseguenza, una serie di dinamiche che si trasformano in una sorta di mix mediatico micidiale senza via di scampo per chi ne è destinatario. Dimentichiamo, infatti, con facilità, soprattutto quando una vicenda non ci coinvolge direttamente, che ogni vicenda giudiziaria ha un riflesso di non poco conto sul contesto di vita, sugli affetti, sull’immagine, sull’integrità morale, sugli effetti socio-lavorativi della persona coinvolta.

Sul punto nel 2018 si segnala una interessante ricerca sociologica volta ad appurare se diversi livelli di misure di contenimento usate dalla polizia hanno un impatto e influenzano la percezione pubblica di colpevolezza  (progetto Human Rights House Zagabria). I risultati della ricerca in tema di presunzione di innocenza sono stati piuttosto significativi. Invero, è stato riscontrato che qualunque persona tratta in arresto determina la percezione che sia colpevole, anzi detta ricerca precisa che l’opinione pubblica percepisce come colpevole le persone accompagnate dalla polizia, per via della presenza stessa della polizia. Inoltre, viene evidenziato che c’è una correlazione positiva tra alcuni atteggiamenti considerati negativi e la percezione di colpevolezza . Vale a dire che le persone tendono più probabilmente a considerare un soggetto come colpevole se gli attribuiscono atteggiamenti negativi (aggressivi, pericolosi ecc.) Lo studio, infine, rivela che le persone tendono anche a considerare una persona colpevole per via di stereotipi (ad esempio, indossare una felpa con cappuccio genera atteggiamento di sospetto) .

Tornando alla riforma, oggetto della disciplina saranno non solo le dichiarazioni delle autorità coinvolte direttamente nel procedimento penale e cioè pubblici ministeri, giudici, avvocati, dirigenti delle forse di polizia incaricate delle indagini, ma anche le dichiarazioni pubbliche rese da qualsiasi autorità pubblica (esponenti di Enti pubblici territoriali, Agenzie pubbliche e finanche ministri e parlamentari) che riguardino processi penali in corso, anche via web  e social. La finalità dell’innovazione, infatti, è quella di inibire e sterilizzare gli influssi pregiudizievoli sullo status dell’indagato e dell’imputato che possono provenire proprio da soggetti istituzionali a vario titolo dotati di autorità pubblica e operanti in posizioni di  preminenza rispetto alla generalità dei cittadini.

Dunque, d’ora in avanti  (anche se ciò già valeva prima !) nel nostro ordinamento la presunzione di innocenza coprirà  l’intera vicenda processuale: un soggetto incolpato di aver commesso un reato è legalmente “presunto innocente” fin dalle prime battute delle indagini preliminari e sino al passaggio in giudicato della sentenza di condanna.

L’art 27 della Costituzione menziona proprio la sentenza definitiva: la persona è presunta innocente fino al termine dell’iter processuale ovvero fino a quando si è pronunciata la Corte di Cassazione (nel caso in cui l’interessato attivi tutti i gradi di Giudizio) oppure decorrano i termini per esperire validamente le impugnazioni previste dalla Legge.

Emblematico è proprio un termine che compare nei lavori della Commissione Europea in tema di presunzione di innocenza : “ Opinione preconcetta” . Escludere opinioni preconcette vuol dire abbandonare, ogni pregiudizio sapendo che il processo penale è un congegno delicato fatto di regole e garanzie finalizzate all’accertamento della responsabilità dei singoli e solo il processo, inteso come dibattimento, serve per verificare l’ipotesi d’accusa, e siffatta verifica non può dirsi compiuta fino a quando non sopravviene una sentenza di condanna definitiva che consacra in modo irrevocabile la validità della tesi accusatoria. Questo è certamente il significato più profondo dell’affermazione costituzionale per cui nessuno può essere considerato colpevole fino alla condanna definitiva.

È dunque certamente nobile ed encomiabile che, in funzione di prevenzione, gli organi giudiziari e di polizia si spendano attivamente per sensibilizzare l’opinione pubblica sui fenomeni criminali più allarmanti, ma ciò dovrebbe avvenire – come già accade, per esempio, nelle scuole o in altri contesti culturali – al di fuori delle dinamiche del procedimento penale, e comunque in contesti in cui tali attività non rischiano di sfociare in una indebita violazione della presunzione di innocenza delle persone indagate.

Per concludere, l’idea di fondo della normativa sarà quella di limitare al massimo  tramite sterilizzazione, a monte, il materiale che genera quello che è il fenomeno, a tutti noto, della spettacolarizzazione dei processi.

L’esperienza dirà se la via prescelta è quella migliore e se si è approdati ad una matura cultura della comunicazione in grado di coniugare la correttezza dell’informazione con l’esigenza di dar conto all’opinione pubblica delle più significative attività  giudiziarie.

Avv. Carlo Carandente Giarrusso     (Avvocato Penalista – Patrocinante in Cassazione )

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PROCESSO e VERITA’. L’enigma che ossessiona da sempre : l’accertamento dei fatti, come cristallizzato nella sentenza, corrisponde alla realtà ?

Quid est veritas ?   Tradotta letteralmente significa  “Che cos’è la verità ? “ frase famosa o meglio domanda famosa che fu pronunciata da Ponzio Pilato e rivolta durante il suo interrogatorio a Gesù.

Nelle aule di giustizia l’esperienza insegna che la cosiddetta realtà processuale spesso non coincide e non può coincidere per ovvi motivi con la realtà storica, la verità dei fatti cioè come essi si sono oggettivamente svolti.

Può accadere (ma non certo per colpa del giudice) pertanto che colpevoli di delitti gravi siano assolti e persone innocenti vengano condannate.

Il punto della questione, infatti, è proprio questo, il giudice nella ricerca delle prove e nell’esame della vicenda giudiziaria sottopostagli, si trova quasi sempre di fronte a due verità antitetiche: una appunto processuale, fondata sulle prove e indizi raccolti nel corso del processo, e l’altra storica, fondata cioè su quella realmente accaduta.

L’aspetto drammatico del processo, se così vogliamo e possiamo dire, è che il giudice, nel conflitto tra due verità anche se affiorasse e percepisse intuitivamente in lui che la verità processuale, contrasta con la verità reale, è tenuto a seguire la prima dunque dovrà decidere ed emettere la sentenza in base alle risultanze processuali.

Se è vero quindi che giustizia e ingiustizia devono essere pensate in termini di reciproca contrapposizione, è pur vero che anche Socrate e il suo allievo Platone sapevano che una cosa è la giustizia intesa come virtù etica, altra cosa è la giustizia nella quale ci imbattiamo tutti i giorni con le sue regole e i suoi principi alle quali è dovuto il massimo rispetto e della quale occorre prendere coscienza.

Noi operatori della giustizia d’altro canto, abbiamo la consapevolezza etica e giuridica che questa è la realtà e lo spirito che quotidianamente ci muove è quello di propendere verso l’affermazione di processi giusti, per evitare piccole e grandi ingiustizie.

( Avv. Carlo Carandente Giarrusso – Penalista – Patrocinante in Cassazione)

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CALUNNIA: l’accusa ingiusta di aver commesso un reato !! Cos’è la calunnia, quando si configura e come difendersi .

Nella romanza “Il Barbiere di Siviglia”, musicata dal grande Gioachino Rossini, la calunnia viene paragonata, inizialmente, ad un leggero venticello che s’introduce destramente e che prende forza, a poco a poco, nella testa della gente. Poi, piano piano, sottovoce viene paragonata ad un’ape che va ronzolando nelle orecchie della pubblica opinione e inizia a radicarsi nelle menti delle persone o addirittura di un’intera comunità. Successivamente la calunnia si muta, aumenta d’intesità e man mano che prende vigore acquista potere tanto che al momento opportuno esplode come un “colpo di cannone” o  in una sorta di tempesta, con tanto di tuoni e fulmini sollevando un tumulto generale di spregio verso il calunniato. Di qui, infine, l’ultima fase, la più grave, il calunniato, isolato, umiliato, deriso e avvilito, il più delle volte muore lentamente di crepacuore per l’ingiustizia ed il male subiti sotto il pubblico flagello della gente che ha prestato fede al calunniatore.

Pensiamo solo per un momento a quanti personaggi pubblici e non sono stati infangati con notizie false e tendenziose fatte circolare sul loro conto a solo scopo di danneggiarli. Celebre, tra i tanti casi di cronaca, rimane quello che nel 1953 coinvolse il figlio dell’allora Ministro degli Esteri, Attilio Piccioni, passato alla storia come il “delitto Montesi”. Piccioni figlio fu arrestato e poi scagionato dopo tre anni. La vicenda venne strumentalizzata in chiave politica per distruggere un alto esponente di un partito appena convocato dall’allora Presidente della repubblica Einaudi per diventare Presidente del Consiglio.

Ciò detto, la CALUNNIA è quel reato, a parere di chi scrive certamente grave, che si configura quando una persona, volutamente e consapevolmente, accusa un’altra della commissione di un reato, sapendola innocente.

Attenzione !

Ho detto: volutamente e consapevolmente !!

Si, proprio così, perché se l’accusa è frutto ad esempio di una errata percezione, il reato non sussiste.

Da sottolineare che il reato di calunnia può essere realizzato anche a mezzo di una denuncia anonima rivolta all’autorità giudiziaria o altra autorità (ad es. polizia, carabinier, guardia di finanza).

A differenza della DIFFAMAZIONE, con il quale il reato di calunnia viene spesso, comunemente e impropriamente, confuso, non si tratta di una offesa generica alla reputazione o all’onore dell’incolpato, ma della falsa attribuzione della commissione di un reato nella consapevolezza ( è bene ripeterlo !) che l’accusa è falsa perché l’incolpato è innocente.

La calunnia appartiene poi alla categoria dei reati “perseguibili d’ufficio”.

Che cosa significa perseguibilità d’ufficio ?

Perseguibilità d’ufficio sta a significare che per la loro punibilità non è necessaria una apposita istanza di punizione, ma una volta presentata una denuncia per calunnia, il procedimento che si instaura prosegue indipendentemente dalla volontà del soggetto che l’ha presentata.

La richiesta, tuttavia, che spesso mi viene rivolta da chi ritiene (a torto o a ragione) di essere vittima di una calunnia ovvero della falsa accusa di commissione di un reato è: avvocato procediamo subito ad una  controdenuncia !!

M è giusto  procedere in tal senso ?

Il punto è che non basta essere innocenti, ma a fronte di una accusa ingiusta, bisogna anche dimostrare di esserlo, motivo per cui inizialmente non è proprio consigliabile procedere ad una controdenuncia.

A parere di chi scrive, la persona falsamente accusata se è in grado di farlo e il caso lo consente, dovrà invece subito indicare agli inquirenti elementi utili alle indagini a suo favore, fornendo ad esempio un alibi o magari indicare nominativi di persone che possono smentire i fatti o le accuse, o ancora produrre documenti a discolpa e comunque tali da dimostrare o provare non solo la propria innocenza, ma anche quella circostanza cui ho fatto inizialmente cenno, ovvero l’intenzione consapevole e dolosa dell’accusa rivoltagli dall’accusatore.

Procedere subito ad una controdenuncia è sconsigliabile. Invero, finchè il procedimento iniziato con la denuncia calunniosa pende, la Procura della Repubblica non prenderà in considerazione la denuncia presentata dall’indagato. E’ dunque, necessario concentrarsi sulla difesa dell’accusa ingiusta salvo poi, una volta eventualmente assolti, valutare se denunciare o agire civilmente per il risarcimento dei danni.  Come riconosciuto dalla giurisprudenza, infatti, il danno da accusa ingiusta va ravvisato in una profonda sofferenza interiore, in un ingiusto patimento causato dall’illecito altrui che viene qualificato come danno morale ( Cass. Civ. SS.UU. n. 2515 del 21.2.2002), oltre che in quello che viene riassunto sotto la voce di danno esistenziale, che racchiude in se la lesione all’immagine, all’onore, alla reputazione e alla riservatezza.

In sintesi, dunque, gli elementi fondamentali che contraddistinguono il reato di calunnia, sono due:

  • Il primo oggettivo, ovvero l’accusa di aver commesso un reato; a tal fine è opportuno far attenzione che non ravvisa il reato di calunnia, l’attribuire la commissione di un illecito civile, amministrativo o tributario anche se tale accusa è falsa, ma l’accusa ingiusta deve riguardare un fatto-reato penalmente rilevante;
  • Il secondo soggettivo, ovvero l’accusa presuppone nell’accusatore la malafede cioè la consapevolezza di muovere un’accusa falsa.

Una cosa a conclusione di questa breve disamina dell’istituto giuridico della calunnia mi sento rivolgere: attenzione all’uso facile di denunce temerarie, frutto spesso di maldestre costruzioni, nella convinzione di risolvere un problema, in quanto è altrettanto facile esporsi a rischi giuridici piuttosto gravi.

La calunnia è un reato grave !

Grave dal punto di vista penale ma anche per le sue implicazioni morali.

La Giustizia in fondo, se riflettiamo bene, non può diventare un mezzo, uno strumento utilizzabile volto a soddisfare fini del tutto estranei allo spirito stesso della vera giustizia.

( Avv. Carlo Carandente Giarrusso – Penalista – Patrocinante in Cassazione)

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I GENITORI POSSONO PUBBLICARE SUI SOCIAL LE FOTO DEI FIGLI MINORI ?

La domanda  è oggi  più che pertinente ed attuale considerato che, da un lato è evidente che manca il consenso del diretto interessato e dall’altro in alcune circostanze anche quello del genitore, ma anche e soprattutto  in considerazione del fatto che spesso rinveniamo  fatti di cronaca  nei quali viene viene in evidenza quanto sia pericolosa questa  consuetudinaria e voyeristica pratica.

Ma facciamo chiarezza !

Premesso che la tutela dei minori è consacrata dalla Costituzione quando sancisce che la Repubblica Italiana protegge l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo ( artt. 2 e 31, comma II, Cost.), in Italia quando un ragazzo ha meno di 14 anni non può aprire un account su un social network, e non può neanche pubblicare fotografie sue, salvo il consenso dei genitori, in ottemperanza al Decreto Legislativo 101/2018 che ha recepito in Italia il regolamento Ue 679/2016 (Gdpr) e che fissa a 14 anni la soglia minima per iscriversi a un social network senza il consenso dei genitori, i quali devono attivare il profilo a loro nome, firmare le varie liberatorie e l’informativa sulla privacy, per decidere se e quando consentire al figlio minorenne di usufruire della piattaforma.

Le cose cambiano dopo i 14 anni, momento nel quale la legge autorizza i minorenni a gestire un account social come vogliono e senza che i genitori  lo possano impedire.

Il minore, tuttavia, potrebbe negare il consenso alla pubblicazione di immagini che lo ritraggano.

Ma cosa accade se i genitori litigano ?

La legge prevede che sia il padre che la madre possono rivolgersi al tribunale. L’articolo 316 del codice civile, infatti, sul punto testualmente prevede che: “In caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei”.

Il giudice, una volta sentiti i genitori e disposto l’ascolto del figlio minore che ha compiuto i 12 anni e anche di età inferiore se capace di discernimento, pronuncia le determinazioni che ritiene più utili nell’interesse del figlio e dell’unità della famiglia.

Se il contrasto resta, il giudice attribuisce il potere decisionale al genitore che, nel singolo caso, ritiene possa essere il più idoneo a curare l’interesse del figlio.

Diverse, tuttavia, sono le pronunce di tribunali che condannano un genitore separato per avere pubblicato sui social network delle foto del figlio senza chiedere il consenso dell’altro genitore.

A titolo esemplificativo si segnala :

  • nel 2013 il Tribunale di Livorno che prescrisse l’eliminazione delle foto della figlia minorenne dal profilo Facebook della madre e la disattivazione del profilo della figlia.
  • nel 2017 il Tribunale di Mantova che ordinò a una madre di non inserire le foto dei figli e di rimuovere quelle pubblicate.
  • nel 2017 il Tribunale di Roma che con un’ordinanza del 23 dicembre 2017, stabilì che il genitore che continua a pubblicare sui social network immagini e notizie relative alla vita privata del figlio, violando un precedente divieto dell’autorità giudiziaria, deve rimuovere le immagini e le notizie pubblicate e non farlo più in futuro.
  • nel 2018 il Tribunale di Siracusa che con sentenza del 28 febbraio 2018 n. 397, stabilì che il padre non può pubblicare senza l’autorizzazione della madre le foto dei figli minori sui social network e deve rimuovere quelle che esistono in considerazioni e a tutela del diritto alla privacy del minore e sui pericoli che si verifichi una gestione delle foto da parte di terzi.

In sintesi la giurisprudenza ritiene  – a giusta ragione –  che  anche in questi casi si tratta di  aspetti che attengono all’educazione dei figli in ordine ai quali è necessario comunque che  sussista  un comune accordo dei genitori.

E’ interessante, infine, segnalare per completezza  una recente sentenza dello scorso luglio del Tribunale di Chiesti che ha lasciato al minore, in questo caso diciassettenne, di decidere se prestare il consenso o meno ( sent. n. 403/20 del 21.7.2020 – Tribunale di Chiesti) e ciò anche sul presupposto riconosciuto dalla Suprema Corte di Cassazione che così come nel caso di specie, per la fasce d’età che va dai 16 anni si parla di “ grandi minori”.  Ciò è tanto vero se solo si considera che a 16 anni e a determinate condizioni i minori possono contrare matrimonio, accedere all’interruzione della gravidanza, dopo i 14 anni sono responsabili dei reati commessi ecc.

( Avv. Carlo Carandente Giarrusso – Patrocinante in Cassazione)

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LA GELOSIA PUO’ INTEGRARE L’AGGRAVANTE DEI MOTIVI ABIETTI O FUTILI ?

Sul punto si è espressa con sentenza del 29 luglio 2020 la Suprema Corte di Cassazione, V Sezione Penale ,  che con sentenza n. 23075 ha chiarito che la gelosia può integrare l’aggravante dei motivi abietti o futili di cui all’art. 61, n. 1), c.p. non soltanto allorché essa sia connotata dall’ ABNORMITA’ DELLO STIMOLO POSSESSIVO avverso la persona offesa, ma altresì quando la stessa sia permeata da uno “SPIRITO PUNITIVO”, produttivo di aberranti reazioni emotive a comportamenti della vittima PERCEPITI DALL’AGENTE COME ATTI D’INSUBORDINAZIONE : sulla centralità del principio di autodeterminazione delle persone – correlato con il fondamentale valore della dignità umana – riposa la configurazione in termini di maggiore gravità delle condotte violente che affondino le radici in un deviato sentimento di appartenenza, nutrito dall’imputato nei confronti dell’individuo con il quale ha intrattenuto una relazione affettiva.

In particolare, l’accertamento della circostanza aggravante dei futili motivi richiede la duplice verifica del dato oggettivo, costituito dalla sproporzione tra il comportamento posto in essere ed il motivo che l’ha ispirato, e del dato soggettivo, rappresentato dalla possibilità di contrassegnare detta sproporzione quale espressione di un moto interiore assolutamente ingiustificato, cosicché lo stimolo esterno diviene il mero pretesto per la liberazione di un impulso criminale.

(Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 3 – 29 luglio 2020, n. 23075)

( Avv. Carlo Carandente Giarrusso – Patrocinante in Cassazione )

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DIPENDENTI PUBBLICI COINVOLTI IN PROCESSI PENALI: sospensione obbligatoria o facoltativa ?

Nel caso un dipendente pubblico venga raggiunto da un avviso di garanzia nell’ambito di un procedimento penale, l’Amministrazione di appartenenza, venuta a conoscenza dell’esistenza di detto procedimento è tenuta ad aprire nei suoi confronti un procedimento disciplinare che deve concludersi con una sanzione o un’archiviazione.

A fronte di questa regola generale, tuttavia, onde evitare di compiere attività amministrativa che potrebbe poi rivelarsi inutile o addirittura portare alla revoca di sanzioni disciplinari già comminate, il datore di lavoro pubblico ha la facoltà di sospendere il procedimento disciplinare avviato, correlandolo alla durata e all’esito del procedimento penale, qualora ad es. la particolare complessità del fatto addebitato lo richieda oppure non disponga di elementi sufficienti a supporto di una eventuale sanzione. In questo caso, anche contestualmente, la stessa Amministrazione può sospendere dal servizio in via cautelare il dipendente se la continuazione della sua attività è ritenuta deleteria per l’immagine dell’Ente oppure può divenire occasione per il ripetersi delle condotte illecite contestate.

La norma principale di riferimento in materia che disciplina la SOSPENSIONE CAUTELARE DEL DIPENDENTE PUBBLICO è l’art. 55-ter, del d.lgs. n. 165/2001, rubricato proprio “Rapporto fra procedimento disciplinare e procedimento penale” e che testualmente prevede “Il procedimento disciplinare, che abbia ad oggetto, in tutto o in parte, fatti in relazione ai quali procede l’autorità giudiziaria, è proseguito e concluso anche in pendenza del procedimento penale. Per le infrazioni per le quali è applicabile una sanzione superiore alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione fino a dieci giorni, l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari, nei casi di particolare complessità dell’accertamento del fatto addebitato al dipendente e quando all’esito dell’istruttoria non dispone di elementi sufficienti a motivare l’irrogazione della sanzione, può sospendere il procedimento disciplinare fino al termine di quello penale. Fatto salvo quanto previsto al comma 3, il procedimento disciplinare sospeso può essere riattivato qualora l’amministrazione giunga in possesso di elementi nuovi, sufficienti per concludere il procedimento, ivi incluso un provvedimento giurisdizionale non definitivo. Resta in ogni caso salva la possibilità di adottare la sospensione o altri provvedimenti cautelari nei confronti del dipendente”.

A seguito della sospensione al dipendente è corrisposta un’indennità di natura assistenziale pari al 50% dello stipendio tabellare in godimento al momento della sospensione nonché gli assegni del nucleo familiare e la retribuzione individuale di anzianità, salvo conguaglio nel caso in cui il procedimento penale si concluda con una pronuncia di assoluzione con formula piena e il procedimento disciplinare, a esso correlato, si chiuda conseguentemente con un provvedimento di archiviazione (la c.d. restitutio in integrum).

La restitutio in integrum connessa alla sospensione facoltativa consiste nella ricostruzione della carriera in termini di anzianità di servizio e pagamento delle retribuzioni non pagate e ha natura retributiva, non risarcitoria. Essa è dovuta, dunque, nel caso in cui interviene l’assoluzione del lavoratore con sentenza passata in giudicato.

Ciò significa che la sospensione cautelare, per il suo carattere unilaterale e discrezionale, non fa venir meno l’obbligazione retributiva ma la sospende e la subordina all’accertamento della responsabilità penale prima e disciplinare dopo del dipendente. Solo qualora il procedimento disciplinare si concluda sfavorevolmente per il dipendente con la sanzione del licenziamento, il diritto alla retribuzione viene definitivamente meno, in quanto gli effetti della sanzione retroagiscono al momento dell’adozione della misura cautelare; viceversa qualora la sanzione non venga inflitta o ne sia irrogata una di natura tale da non giustificare la sospensione sofferta, il rapporto riprende il suo corso dal momento in cui è stato sospeso, con obbligo per il datore di lavoro di corrispondere le retribuzioni arretrate.

Infine è’ stato chiarito dalla giurisprudenza:

1)  che la sospensione NON  rappresenta in sé un provvedimento disciplinare avente CARATTERE SANZIONATORIO, bensì una misura cautelare configurabile come atto strumentale all’adozione di eventuali successivi provvedimenti disciplinari con una durata limitata nel tempo. La finalità della misura è quella di impedire che, in pendenza di un procedimento penale, la permanenza in servizio del dipendente inquisito possa pregiudicare l’immagine e il prestigio dell’Amministrazione di appartenenza (Cons. di Stato, Sez. III, sentenza 11 luglio 2014, n. 3587);

2) che per la sua adozione NON E’ RICHIESTO che l’Amministrazione svolga UNA DETTAGLIATA ANALISI DEI FATTI CRIMINOSI ascritti all’impiegato né che si diffonda nell’esame delle valutazioni effettuate in sede penale ma necessita solo dell’APPREZZAMENTO GRAVITA’ DELLE CONDOTTE ADDEBIATATE all’interessato E dell’eventuale TURBAMNETO ARRECATO alla FUNZIONALITA’ DELL’ATTIVITA’ AMMINISTRATIVA dalla sua sottoposizione a procedimento penale (Cons. di Stato, Sez. IV, 12 maggio 2006, n. 2656).

3)  che la sospensione cautelare facoltativa richiede soltanto il presupposto della natura particolarmente grave del reato e non che il dipendente abbia assunto la qualità di imputato, essendo sufficiente a tal fine la sottoposizione a procedimento penale. Quindi ANCHE NELLA FASE DELLE INDAGINI PRELIMINARI è possibile comminare la sospensione dell’impiegato (sul punto, Cons. di St., Sez. VI, sentenza n. 880/2013).

( Avv. Carlo Carandente Giarrusso – Patrocinante in Cassazione )

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Irreperibilità del destinatario: il notificante deve cercare oltre i registri anagrafici

L’ordinaria diligenza, alla quale il notificante è tenuto a conformare la propria condotta, esige che le indagini, relative alla reperibilità del destinatario dell’atto, non si arrestino alle risultanze dei registri anagrafici.

Lo ha ribadito la Cassazione con l’ordinanza n. 29671/2017 qui sotto allegata.

Nel caso esaminato, La Corte d’Appello aveva rigettato il gravame di un uomo contro la sentenza del Tribunale che aveva pronunciato la separazione personale dello stesso dalla moglie, affidando a quest’ultima il figlio minore e disponendo a suo carico l’obbligo di contribuire al mantenimento del figlio mediante un assegno mensile. Egli aveva pertanto impugnato avanti la Cassazione detto provvedimento, lamentando la nullità della sentenza e del procedimento, ritenendo che la Corte d’Appello avesse erroneamente escluso la nullità della notificazione del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado: secondo l’uomo, infatti, la notificazione era stata effettuata ad un presunto indirizzo in Italia, nonostante la conoscenza da parte della moglie dell’avvenuto trasferimento del medesimo in Romania.

La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso, rilevando che per la legittimità della notificazione del ricorso non è sufficiente il mero tentativo di notifica all’indirizzo indicato né il mero fatto che l’ufficiale giudiziario non conosca la residenza, la dimora o il domicilio del destinatario dell’atto, «occorrendo altresì la prova che la condizione di ignoranza non è superabile attraverso le indagini possibili nel caso concreto, da compiersi con l’ordinaria diligenza».

La Suprema Corte ha evidenziato, altresì, che l’ordinaria diligenza richiesta al notificante esige che le indagini sulla reperibilità del destinatario dell’atto non si limitino a quello che emerge dai registri anagrafici, ma comprendono tutte le situazioni in cui si ritiene, «secondo una presunzione fondata sulle ordinarie manifestazioni delle cura che ciascuno ha dei proprio affari ed interessi», siano reperibili informazioni lasciate dallo stesso soggetto interessato, le quali consentono ai terzi di conoscere l’attuale domicilio.

Alla luce di tali considerazioni, nella fattispecie concreta, la Corte ha ritenuto che la sentenza della Corte d’Appello impugnata, nell’escludere la nullità della notificazione del ricorso introduttivo, non si fosse uniformata a questi principi, anche in quanto la relata di notifica non recava alcuna prova delle ricerche effettuate dall’ufficiale giudiziario nonostante i dubbi circa il trasferimento del destinatario ammessi dall’altro coniuge

Il ricorso dell’uomo è pertanto stato accolto.

Cassazione Civile, 12.12.2017, n. 29671

Cassazione Civile, 12-12-2017, n. 29671

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Decreto ingiuntivo: il disconoscimento di documenti va fatto con l’opposizione

La fotocopia di documenti allegati al ricorso per decreto ingiuntivo si ha per riconosciuta (tanto nella sua conformità all’originale, quanto nella scrittura e sottoscrizione) se la parte non la disconosce in modo specifico e non equivoco con l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo.

La Corte di Cassazione ha espresso detto principio in un caso in cui un condominio aveva ottenuto dal Giudice di Pace un decreto ingiuntivo nei confronti di una s.r.l. per spese condominiali scadute. La società aveva proposto opposizione al decreto ingiuntivo, che era stata rigettata dal Giudice di Pace. Proposto dunque appello, il Tribunale aveva confermava la sentenza di primo grado, respingendo le difese della debitrice, la quale ha in seguito proposto ricorso in Cassazione.

La Corte ha ritenuto infondate le doglianze prospettate. In particolare, richiamandosi a precedenti pronunce, ha evidenziato che se la parte disconosce, ai sensi dell’art. 2719 c.c. solo la conformità della copia fotografica o fotostatica rispetto all’originale, ciò non impedisce al giudice di accertare tale conformità anche attraverso altri mezzi di prova. Invece, se la parte disconosce il contenuto della scrittura o della sua sottoscrizione, il producente dovrà allegare l’originale e chiederne la verificazione ex art. 216 c.p.c; dal punto di vista processuale, nel silenzio della norma in merito ai modi ed ai termini in cui i due suddetti disconoscimenti debbano avvenire, trovano applicazione i precetti degli artt. 214 e 215 c.p.c. e, pertanto, la copia fotostatica non autenticata si considera riconosciuta – sia per la sua conformità all’originale, sia per in ordine alla scrittura e alla sottoscrizione – se la parte non la disconosca in modo completo, espresso e formale alla prima udienza o nella prima difesa successiva alla sua produzione, che, nel caso dell’opposizione a decreto ingiuntivo, non può che individuarsi nell’atto di citazione in opposizione: è questa, infatti, la prima “sede” in cui il debitore, esaminati i documenti avversari, può svolgere le proprie difese.

Nel caso di specie, ad avviso della Corte di Cassazione, il Tribunale aveva correttamente ritenuto, tra l’altro, che le contestazione formulate dalla debitrice in merito ai documenti (trattavasi di delibere assembleari) fosse generica e – come tale – irrilevante: la società si era limitata ad affermare nel ricorso in Cassazione che la sua contestazione nei gradi di merito era stata “totale”, salvo in realtà nell’atto di citazione in opposizione limitarsi ad un generico disconoscimento di “tutte le fotocopie depositate” e “della delibera” in quanto non certificate da pubblici ufficiali.

Alla luce di ciò le doglianze della ricorrente sono state respinte ed il ricorso cassato.

Cassazione Civile, 16.11.2017, n. 27233

Cassazione Civile, 16-11-2017, n. 27233

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Separazione consensuale: annullabile la clausola sui trasferimenti immobiliari

E’ annullabile la clausola del decreto di omologa della separazione consensuale dei coniugi che contiene disposizioni sulla divisione degli immobili.

Lo ha stabilito il Tribunale di Palermo con la sentenza depositata il 14.09.2017 qui sotto allegata.

Nel caso deciso, due coniugi avevano presentato ricorso per separazione consensuale presso il competente Tribunale e nelle condizioni di separazione avevano regolamentato anche la divisione della comunione e dei beni immobili detenuti in costanza di matrimonio. In seguito all’avvenuta omologa della separazione da parte del Tribunale erano emersi fatti che avevano determinato un minor valore degli immobili: essi, infatti, non potevano essere alienati così come si trovavano, in quanto in contrasto con disposizioni attenenti regole di edilizia pubblica.

La moglie, pertanto, aveva convenuto in giudizio il marito, chiedendo l’annullamento della clausola dell’atto omologato che disponeva in merito agli immobili nonché la corresponsione di somme di denaro, da un lato, a titolo di risarcimento del danno e, dall’altro, a copertura del mancato guadagno che non le era pervenuto per l’inalienabilità dei beni.

Il Tribunale ha osservato che l’omologa, di per sè, non può escludere l’esistenza di vizi della volontà delle parti, e pertanto devono trovare applicazione per la separazione consensuale omologata i rimedi contrattuali per i vizi del consenso.

Ha altresì rilevato che la separazione consensuale omologata, costituisce una fattispecie complessa, per cui il regolamento basato sull’accordo tra i coniugi (di natura privatistica) acquista efficacia giuridica solo attraverso il provvedimento di omologazione (di natura pubblicistica): nello specifico, la separazione consensuale omologata è essenzialmente costituita dalla volontà concorde dei coniugi di separarsi e la successiva omologazione assume una valenza di semplice condizione (sospensiva) di efficacia delle pattuizioni contenute in tale accordo.

Il Tribunale ha, pertanto, annullato solo la clausola relativa alla divisione dei beni immobili, lasciando inalterata l’efficacia dell’accordo dei coniugi in sé, con permanenza della proprietà comune dei beni, che gli stessi avrebbero dovuto regolare in separata sede.

Tribunale di Palermo, 14.09.2017

Tribunale di Palermo, 14-09-2017

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